Aspettando le risorse…

Leggendo il titolo del post, più di qualcuno si chiederà il motivo per cui ho deciso di parlare del “valore della qualità del servizio” proprio in questa categoria del blog. La questione, per chi si occupa di comunicazione web e non solo, è direi quotidiana: le aziende danno sempre il giusto valore ai progetti sviluppati su internet? La risposta è… quasi mai! Molte aziende italiane ( in ritardo rispetto agli altri nostri cugini europei per non parlare degli americani!) hanno “rincorso internet” in malo modo e, purtroppo, continuano a farlo. Si creano grandi aspettative ma puntualmente molte vengono deluse dai risultati raggiunti.

E’ così per i diversi progetti web che le aziende sviluppano: dai siti aziendali a quelli di commercio elettronico, dai blog ai social network. Ma la questione è: perchè la maggior parte delle aziende non raggiunge i risultati attesi? La risposta che generalmente le aziende si danno è che è colpa dell’agenzia o del professionista che ha realizzato il progetto (non è competente). Ma è veramente così? io dico di no; e lo dico con ragione perchè ho avuto diversi riscontri contrari nel corso della mia vita lavorativa.

Mai come in questi ultimi anni il mondo internet si è evoluto e gli internauti sono sempre più esigenti di contenuti interessanti, funzionalità e servizi a valore aggiunto.  Detto questo è evidente che il ruolo dell’azienda è focale. E’ impossibile pensare che un sito web, un blog aziendale o un ecommerce funzioni semplicemente perchè esiste ed è online: se le aziende non si mettono in testa di dedicare risorse (persone, investimenti e contenuti) a questi progetti allora è evidente che non funzioneranno mai.

E’ bene che le aziende comincino a pensare che internet e le nuove tecnologie devono essere intesi come progetti strategici e come tali necessitano di risorse dedicate.  Chi l’ha fatto i risultati li vede!

Brand supremacy vol.1

La passione per i marchi mi fa pensare di essere a tutti gli effetti un esperto. Magari aver realizzato potenzialmente il più versatile e riconoscibile marchio di tutti i tempi può confermare la mia convinzione,……ma questa è un’altra storia* Mi sono sempre chiesto come un pensiero, un’ideologia, più significati potessero condensarsi all’interno di una forma grafica, di un segno. E come questo, a sua volta, potesse diventare Brand, cioè veicolo di traino per un prodotto.

Quindi ho deciso di studiare i marchi che sono diventati simboli, e i simboli che sono diventati marchi, sostituirli ai normali veicoli di divulgazione rendendoli, a volte ridicoli, a volte tremendamente drammatici.

Ne ho scelti quattro, tra marchi e simboli, che avessero una esecuzione grafica indiscutibilmente efficace, semplice, leggibile e riproducibile (ESLR brand efficience system):

La mela, logo Apple che diventa simbolo di computer e tecnologia.

La croce, simbolo della religione cattolica che diventa Brand.

Le due C di Chanel, marchio di abbigliamento, accessori e profumi che diventa simbolo dello stile e della Moda.

La svastica, simbolo del terrore e di una folle ideologia politica emblema del partito nazionalsocialista, che diventa Brand.

Lo swoosh, logo Nike che diventa simbolo dello Sport.

“Artvertising”, l’arte che si vende

L’Arte moderna e la Pubblicità nascono e crescono insieme… con la rivoluzione industriale, con l’aumento della produzione di merci e lo sviluppo del consumismo s’imposta il modello pubblicitario che noi tutti siamo abituati a vedere. La pubblicità ha coinvolto e continua a coinvolgere numerose discipline diverse, dagli artisti ai registi famosi, un fenomeno, dunque che ha interessato numerose industrie che sapientemente hanno iniziato ad investire numerosi capitali e persone nel suo sviluppo. Lo scopo della pubblicità non si è fermato solo alla comunicazione del prodotto al pubblico ma l’obiettivo principale è quello di vendere il proprio prodotto, richiamando l’attenzione su di esso, condizionando le scelte dei consumatori, incoraggiandoli al desiderio d’acquisto di quel preciso prodotto; detto questo possiamo quindi dire che la comunicazione pubblicitaria nasce e si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Numerosi gli artisti che utilizzando noti beni di consumo nelle loro opere sono riusciti ad avvicinare due mondi apparentemente tanto diversi, quello del commercio e quello dell’arte, uno su tutti Andy Warhol che con la sua Pop Art ha sancito l’incontro tra arte e cultura dei mass-media.

Ma possiamo citarne altri come il futurista Depero, con la sua opera “artistico-pubblicitaria” del Campari, egli infatti dedicò moltissima attenzione allo studio e alla composizione dei marchi, inserendo intelligentemente nelle sue creazioni gli elementi futuristi che lo contraddistinguevano non tralasciando però l’importanza del marchio. Molte sono anche le aziende che per sponsorizzare i loro prodotti si affidano ai grandi registi del cinema internazionale, come ha fatto Chanel per il lancio dell’ultimo profumo ‘Bleu’, realizzando un corto per la regia di Martin Scorsese. Arrivati a questo punto potremmo chiamarla anche “artvertising” perchè riesce ad inserirsi nelle nostre giornate, nei nostri momenti e nello stesso nostro modo d’essere. Arte, marketing e pubblicità diventano per noi “ linguaggio“ , diventano un modo per comunicare, per ricordare e per semplificare la complessità della realtà sociale.

Valentino Rossi: creatore di marchi

Quello che vorrei trattare in questo spazio è la straordinaria possibilità che qualsiasi forma grafica o denominazione possa diventare inesorabilmente un brand, un marchio di fabbrica, un elemento distintivo pieno di significati e valori.

Quello che voglio asserire (affermare con certezza) è che certi “elementi grafici”, certe “parole” o “acronimi” si caricano di talmente tanta forza espressiva da supportare senza problemi un prodotto rendendolo riconoscibile e vincente sul mercato. Un esempio: Valentino Rossi già uomo prodotto testimonial di molti altri marchi (Dainese, Monster Energy Drink, Imatra Sunglasses…), senza volerlo ha coniato altri marchi potenzialmente molto forti. Il primo è sicuramente il 46 (46: il denaro _’e sorde) cioè il numero che lo accompagna già dal ‘96 nella classe 125. Graficamente molto giovane dai colori distintivi (il giallo e il blu), è già sul mercato supportato da prodotti che vanno dalle T-shirt ai bracciali in acciaio e caucciu. L’altro brand è sicuramente il WLF che, al di la del significato più o meno “goliardico” che volesse dare Valentino Rossi, può sicuramente marchiare un prodotto. Il fatto che abbia un testimonial d’eccezione e che sia facilmente riconducibile ad una frase che spesso si usa durante i brindisi fra uomini lo rende particolarmente memorizzabile e giocoso. Il “The Doctor” è il terzo. Personalmente l’ho sempre trovato brutto e per niente vicino all’immagine di Valentino, però, se dovesse marchiare prodotti ortopedici per gli anziani, probabilmente, potrebbe anche funzionare.
Quindi, quando un’azienda si decide di creare un marchio, farebbe bene, invece di scervellarsi nell’unire in nomi dei soci in acronimi illeggibili, di utilizzare il nome della compagna o della nipotina o di scopiazzare marchi già esistenti, di scrutare l’orizzonte, perché sul mercato, di marchi ce ne sono tanti che stanno aspettando solamente un prodotto per diventare “BRAND” a tutti gli effetti.