Il sottile pericolo di un “grande” marchio

“Vietato scendere”

Nike è la dea greca della vittoria. Un marchio che all’inizio degli anni settanta è già nato ma sonnecchia, qualche vagito mentre si scaldano i primi rappers della New York più povera, artistica e colorata… una manciata di energia e graffitismo, il desiderio di riscatto della comunità afro mentre inizia la presidenza di Ronald Reagan. E’ l’America del sogno, dell’edonismo, dell’avidità, di Wall Street simbolo e ombelico del mondo. Nike assolda Micheal Jordan: un meraviglioso atleta di colore, il genio sportivo nel suo DNA, si libra nell’aria per fare canestro e rimane sospeso per dieci secondi. Il tempo di mostrare che indossa un paio di air jordan ovviamente firmate Nike. In breve tempo Jordan diventa il cestista più forte del mondo e ad Harlem si inizia a sparare per avere un paio di Nike, air Jordan. Questo è il pericolo che si corre quando, al fine del fatturato, si vuole vendere l’idea di un sogno. Indossare un paio di scarpe per essere come lui. Ma non sono state le “nike” a fare Michael Jordan, è Michael Jordan che ha “fatto” le nike.

Un marchio non può, eticamente, trasmettere un’idea di sogno. Il sogno è perfetto, quindi inumano e troppo pericoloso.

Anche adesso, trent’anni dopo, Nike non è ancora stanca di trasmettere l’idea dello sportivo perfetto, del dio greco, dell’eroe di Maratona. Ma siamo stanchi noi.

Gli dei non erano perfetti e invidiavano l’uomo perchè era mortale. Quindi ogni attimo della sua vita era unico e irripetibile. Mentre gli dei, condannati immortalmente nell’Olimpo, non davano nessun valore al tempo.

Evviva quei marchi che inneggiano all’uomo e alla sua imperfezione.

Sono reali,vitali, sportivi…

Bubba Boots

Il brief era stato: “un marchio per scarponcini economici”. Mi è sembrato evidente creare un’identità indipendente evitando di scopiazzare dai marchi affermati creando le Dogstep o le Tenderland dei poveri. E così ho pensato ad un nome che non volesse essere “finto figo” (termine tecnico per dire “apparentemente sofisticate”), ma che fosse un Bubba ai tuoi piedi: niente di più, niente di meno! Prima stagione: 200.000 paia vendute. Mica male per un Bubba Boots. La leggenda (Mission Book) racconta di un termine nato nelle zone costiere dell’Irlanda dove i pascoli attendono che l’onda oceanica lambisca o schiaffeggi le scogliere. Da qui il “Bubba” soprannome dato a uomini rozzi che indossavano grossi scarponi pesanti. I vecchi del paese attendevano, nelle loro sedie sgangerate aspettando di poter apostrofare qualcuno con un “Bubba Boots“.

_Ideazione e realizzazione grafica logo BUBBA / pack / espositore prodotto / campagna pubblicitaria / pianificazione mezzi / personalizzazione prodotti / hang tag.