BLUMLEIN & LANG_Tedeschi dall’anima italiana

La pelliccia sintetica oggi è probabilmente il capo di abbigliamento più sociall*, più politically correct e più glamour del momento. I grandi marchi si sono dedicati a produrne collezioni più o meno fashionable, ma, se si parla di qualità della materia prima, non si può non nominare il brand tedesco Blümlein&Lang, specializzato nella produzione e commercializzazione di capi spalla (e non solo) in pelliccia sintetica (o ecologica). I colori e la straordinaria delicatezza dei materiali le rendono straordinariamente godibili. Non ci sono limiti di colori, forme o lughezze, perchè ognuno dei capi firmati dal brand tedesco viene studiato, disegnato e sviluppato in Italia. Se non fosse per lo scandalo Volkswagen potremmo affermare con estrema lucidità che la precisione tedesca e la creatività italiana possono essere il connubio perfetto per garantirvi dei capi straordinariamente eccezzionali.

 

HAPPY XMASS con il Nero di Nerobrand

Dopo il Rosso di Rosso, arriva il Nero di Nerobrand! Che fantasia verrebbe da dire…. Ma non si poteva mancare all’appuntamento del Natale (per ringraziare di cuore i nostri compagni di viaggio detti anche volgarmente “clienti”) con questo Cabernet Sovignon D.O.C. dei Colli Berici realizzato in collaborazione con la cantina Cà Basso di Longare_

*VINO: Il vino è una bevanda alcolica, ottenuta dalla fermentazione (totale o parziale) del frutto della vite, l’uva (sia essa pigiata o meno), o del mosto. Il vino si può ottenere anche da uve appartenenti ad incroci della  vitis vinifera con altre specie del genere vitis (ad esempio la Vitis labrusca o la Vitis rupestris) e da uve di specie di Vitis diverse (quale la Vitis chunganensis).

In Italia, per proteggere un prodotto di maggiore qualità, costo e valore, non si può commercialmente chiamare “vino” il prodotto di fermentazione di uve che non sian Vitis vinifera. Quindi il termine, in caso di commercializzazione di fermentati diversi, deve essere omesso. Sistema comune per ovviare a tale divieto è, ad esempio, quello di citare semplicemente il nome della varietà di uva usata, ovviamente senza citare il termine “vino”.

(un grazie a Wikipedia che abbiamo sostenuto con un contributo per salvaguardare un’informazione libera e preziosa)

Tutto questo per dire che quello che berrete, non è vino, ma un’idea. Si può quindi dire che l’idea è una concetto inebriante per la mente, ottenuto dalla fermentazione del frutto della vita o dell’esperienza. L’idea si può ottenere anche da esperienze appartenenti ad incroci della vita vissuta con altre specie del genere “vita degli altri”.

In Italia, per proteggere le idee di maggior qualità, costo e valore, non si possono chiamare semplicemente idee, ma “stavo pensando la stessa cosa”, “ci voleva tanto” o semplicemente “botta di culo”. Quindi il termine, in caso di commercializzazione, deve essere omesso. Sistema comune per evitare che il fruitore si senta costretto ad utilizzare il termine, “ottima idea”.

_Proprio per questo abbiamo pensato di omaggiarvi con una “buona idea” e ringraziarvi del rapporto di fiducia e rispetto che da tempo ci offrite.Con l’occasione vi auguriamo un Buon Natale e un felice Anno Nuovo.

Il gusto è soggettivo: ma il fottutogusto no!

Mi trovo spesso a discutere di estetica (è un settore della filosofia che si occupa della conoscenza del bello naturale e artistico, ovvero del giudizio di gusto) e di rendermi conto che il gusto è soggettivo solo ed esclusivamente per chi non ce l’ha!

Quando ad una persona gli si dice “eh, ma tu hai gusto”, gli stiamo confermando che è capace di scegliere in base ad un canone che non è poi così soggettivo, altrimenti perchè si dovrebbe dire così! O più precisamente si dovrebbe dire “eh, ma tu hai gusto TUO”, ma non avrebbe più senso. Ribadisco il concetto. Dicendo “eh, ma tu si che hai gusto” intendiamo che la persona in questione è in grado di selezionare, scegliere, captare, nel modo di vestire, nel modo di arredare o in altri campi, cose che un’altro non sarebbe in grado di vedere. Infatti, si parla di sensibilità. La capacità di scegliere le cose più belle*, gli abbinamenti migliori, i colori, la macchina, un fiore, un profumo, una casa, un regalo, fare un albero di natale, selezionare i cibi, acquistare un vino, selezionare musica, fanno tutte parte del gusto, cioè della sensibilità che una persona ha o non ha per le cose belle*. E queste, cari amici (o nemici), non sono discutibili. Una persona può dire di Monica Bellucci o Charlize Theron che a lui personalmente non piace, ma non può dire certo che è brutta. Infatti, quando si dice “a me non piace” intendiamo che non ci emoziona o non ci emana nulla se non la bellezza* fine a se stessa, che, tra l’altro, non a tutti fa lo stesso effetto. Ma quello che mi preme domandarvi è: perchè quando una persona senza gusto estetico, cioè il 95% delle persone, ha difronte una persona riconosciuta con gusto, non si arricchisce di questa capacità innata e rimane chiuso nella sua mancanza di fiducia in chi potrebbe consigliarlo o educarlo? Perchè, le persone con gusto, quelle alle quali diciamo “eh, ma tu si che hai gusto” non vengono mai ascoltate fino in fondo? Perchè non ci si fida? Perchè non si impara vedendoli all’opera? Perchè?

PERCHÈ, IN FONDO, OGNUNO FA QUELLO CHE GLI PIACE!

E sapete chi fa in genere quello che gli piace? I bambini.

*bellezza: La bellezza è una qualità delle cose percepite che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell’universo osservato, che si sente istantaneamente durante l’esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure “acquisito per istruzione o per consuetudine sociale”.


Le foto che ho scelto sono la dimostrazione di come, chi ha una incredibile sensibilità estetica, riesca a trovare la bellezza anche su soggetti che “guardando i canoni di riferimento” sono ritenuti brutti, filtrarli e renderli straordinariamente belli, come lo scatto stesso. Foto di Richard Avedon

Choc ADV

Da diversi anni si discute della campagne pubblicitarie choc, dell’advertising o della comunicazione sociale che utilizza immagini forti, al limite del buon gusto, in qualche caso immagini violente, crude o con forti riferimenti sessuali. Alcuni fotografi e agenzie hanno fatto la loro fortuna comunicando in questo modo, certo, ma viene da porsi una domanda: esiste un limite oppure tutto è permesso? è vero che al giorno d’oggi emergere e distinguersi dagli altri è difficile e si deve necessariamente provocare od offendere la sensibilità di qualcuno?

L’argomento non è di facile trattazione perché se si è contro questo tipo di campagne di comunicazione si viene etichettati come bacchettoni, viceversa se sei favorevole sei insensibile, anarchico o peggio un maniaco! E qui si innesta la discussione, il polverone, lo sdegno di qualcuno e l’arroganza intellettuale di qualcun altro… il tutto poi porta inevitabilmente la discussione sui giornali, sulle radio e sulle tv nazionali e, in qualche caso internazionali, e quindi al successo della campagna.

Allora cerchiamo di vedere la questione da un altro punto di vista, abbandoniamo l’ipocrisia che spesso ci appartiene, lasciamo stare le discussioni causate solo per il gusto di discutere e dividersi e proviamo a cambiare punto di visione. Le aziende, gli enti, le associazioni o i fotografi vogliono provocare esattamente quello che si verifica ogni volta: choc e quindi il successo dell’iniziativa. Ma chi crea questo successo se non coloro che alimentano la discussione? E qui mettiamoci dentro i giornali, le televisioni, le radio ma… ma anche noi tutti che ci schieriamo dall’una o dall’altra parte. Immaginate per un solo momento se queste campagne pubblicitarie venissero ignorate o considerate come le altre e se coloro che tanto le criticano non gridassero allo scandalo: con buona probabilità non si avrebbe tutto questo clamore e forse verrebbe meno il successo dell’iniziativa.

E’ per questo motivo che non mi sento di colpevolizzare aziende, enti, associazioni e fotografi, anzi, fanno benissimo se riescono ad aumentare la notorietà di un brand, ad evidenziare un problema sociale, ad aumentare le vendite o a far parlare di una questione che i perbenisti, di cui la società è piena, tendono a nascondere. Il problema è che siamo noi, persone, consumatori e utenti ad avere una mente conformata e addormentata, si proprio così.

Allora sveglia! Non offendiamoci per una foto di Oliviero Toscani o per il porno soft di Tom Ford, o per la campagna choc contro l’AIDS… siamo noi che creiamo questo modo di comunicare e i promotori di queste campagne lo hanno capito perfettamente: sveglia gente!